“Disastro”, “tragedia”, “problema”
Chi sono gli amici di Israele che non vogliono D'Alema in Europa
Nei corridoi di Bruxelles, nessuno si stupisce della possibilità – riportata da Repubblica in un suo articolo di mercoledì – che le lobby pro Israele si siano attivate in Europa per smontare la candidatura di Massimo D’Alema ad Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue. Tanto più che, nella rosa dei candidati, c’è il britannico David Miliband, ben più solidale con la causa israeliana: potendo scegliere, meglio lui.

Pure il presidente della comunità ebraica romana, Riccardo Pacifici, seppellisce gli antichi rancori con D’Alema e dichiara: “Fa piacere che l’Italia possa fregiarsi di avere suoi rappresentanti in ruoli strategici”. Ma i timori ci sono eccome. David Cassuto, capo della comunità italiana in Israele, ammette che la nomina sarebbe “una tragedia per Israele”. Un dirigente della comunità ebraica newyorkese che segue da vicino i rapporti politici tra Europa e Israele parla invece di “ipotesi disastrosa” e aggiunge: “D’Alema ha una storia imbarazzante, non ha mai mostrato equilibro sulle questioni mediorientali. E’ inconcepibile che una persona che ha definito Israele uno ‘stato terrorista’ possa essere considerato per un ruolo importante come questa”. Emanuele Ottolenghi, direttore del Transatlantic Institute di Bruxelles, spiega che D’Alema rischia di essere “un problema sia sul medio oriente sia nei rapporti con gli Stati Uniti” e sul dossier iraniano si preoccuperebbe più a “evitare che Israele e Washington attacchino Teheran” che a fermare il programma nucleare. La dottrina D’Alema “riflette una scuola di pensiero italo-mediterranea: filoaraba e filodittatori”, continua Ottolenghi, su di lui incide il “passato comunista”. Una fetta d’Europa, questa sì con voce in capitolo, è preoccupata. Un ex comunista come ministro degli Esteri dell’Ue “sarebbe un problema”, ha detto Jan Tombinski, il rappresentante di Varsavia all’Ue.